The Moon and the Bonfire By Cesare Pavese

Nell'esperienza del protagonista Anguilla, emigrato dal suo paese nelle Langher e tornato anni dopo w riveder i suoi luoghi nati, Pavese sembra voler condensare l'esperienza della vita nel suo complesso. Sogni, aspirazioni, progetti, aspettative giovanili che, nutrite di spensieratezza, cercano di realizzarsi e solo di rado giungono a realizzarsi. Più spesso naufragato innanzi a una realtà matrigna che solo una continua lotta può consentir di affrontar adeguatamente e, talora, vincere. È un romanzo che sa di vita, sangue e terra, in cui si respirano odori, suoni e sapori e in cui resta sospesa la ricerca di radici, di un ritorno a casa, forse a quella spensieratezza adolescenziale che l'esistenza sembra averci tolto. Bellissimo. 192 another great book in the extremely excellent series of nyrb classics. they are probably my favorite publisher...i own 120 of them. i know because i just counted them. i basically now buy every new one as soon as they release them. everybody on goodreads should be buying at least some of their books to support them, as usually publishers who try and release the kind of books that they do, foreign books in translation and obscure and out of print books in english, have a habit of going under shortly thereafter. nyrb has been doing this for 10 years now though, so hopefully they will continue to amaze and delight.

this one is about a narrator (who is never named in the book) who is born in a small town in italy, goes to live in the usa, and then moves back to his place of birth after the second world war. i can't say too much more about it without giving away some of the plot, as it is a very short book (154 pages). suffice it to say then, that the writing is uniformly brilliant, and his description of landscapes is absolutely sublime.

this is the first book i have read by pavese, who unfortunately committed suicide at the age of 42. luckily however, i own his selected works (also published by nyrb) which includes 4 more short novels. i also own his letters, his diaries, a book of his short stories and a biography of him entitled cesare pavese and america, all of which i will be reading soon. 192 “Anche la storia della luna e dei falò la sapevo.
Soltanto, m'ero accorto, che non sapevo più di saperla.”


Anguilla, voce narrante, torna dopo un’assenza di vent’anni nel paese della Valle del Belbo dove è cresciuto.
Due temi fondamentali del romanzo: il tema del ritorno e quello dell’identità ricalcata dal fatto che nella narrazione non conosciamo il nome proprio di chi parla ma solo il soprannome che gli è stato dato per una certa agilità nel corpo ma volendo andare oltre è palese che si riferisca anche alle ignote e sfuggenti origini della sua nascita.

Questi due temi danno due ritmi differenti al romanzo che viaggia a doppio binario tra passato e presente.
Pagine ed immagini memorabili sono fortemente connotate da un tono dimesso e malinconico.
Nostalgia, rimpianti e un amore smisurato per una vita che segue schemi ancestrali quelli, per l’appunto, lunari che da sempre hanno guidato le azioni dei contadini e quelli abituali di comportamenti che celebrano i passaggi delle stagioni come i falò che bruciando nutrono la terra.

Anguilla seguendo un istinto di affermazione se n’è andato a Genova e poi in America.
Torna e ritrova l’amico di sempre Nuto che fu per lui mentore e allo stesso tempo fa una nuova conoscenza, il Cinto un ragazzino in cui si rispecchia.
La guerra non è finita da molto quando la terra comincia a restituire dei cadaveri animando il paese di vendette personale contro i partigiani


”Il rosso, il bel colore dei martiri, era diventato l'insegna dell'Anticristo, e in suo nome si erano commessi e si commettevano tanti delitti. Bisognava pensatrici anche noi, purificarci riparare - dar sepoltura cristiana a quei due giovani ignoti, barbaramente trucidati - fatti fuori, Dio sa, senza il conforto dei sacramenti - e riparare, pregare per loro, drizzare una barriera di cuori. “

Grandissimo romanzo. 192
Questa è la storia di uno di noi...

Subito dopo la seconda guerra mondiale, un uomo torna nella sua terra d'origine, dopo essere scappato in America per molti anni per sfuggire al fascismo.

Lo scopo del suo ritorno è quello di rivedere i luoghi dove è nato e cresciuto; ciò che trova però non è più il mondo che ricordava, che di fatto non esiste più. La guerra ha lasciato il segno, facendo scomparire le persone che sperava di incontrare.

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti

Realtà e ricordo non si sovrappongono più e tutto per lui perde di senso. Cosa gli rimane? Una malinconica sensazione di vuoto, una nostalgica amarezza di cui non aveva coscienza prima di raggiungere il suo paese, un senso di estraneità alle cose e alla vita.

Io, che non credevo nella luna, sapevo che tutto sommato soltanto le stagioni contano, e le stagioni sono quelle che ti hanno fatto le ossa, che hai mangiato quand'eri ragazzo.

Questo è l'ultimo romanzo di Pavese, scritto pochi mesi prima di togliersi la vita. Ed è un romanzo che esprime quell'angoscia, quel male di vivere esplicativi della sua stessa personalità.

Magari è meglio così, meglio che tutto se ne vada in un falò d'erbe secche e che la gente ricominci

Un romanzo lento, malinconico, triste, pieno paesaggi, odori, rumori, descrizioni e riflessioni. Un romanzo di cui riconosco la grandezza, anche se non ne condivido lo spirito. 192 آخررواية للأديب الإيطالي تشيزاري بافيزي
أسلوب مميز في الوصف وتصوير الشخصيات
ما بين الحنين للأرض والشعور بالاغتراب
رجل يعود إلى قريته بعد سنوات من العمل والثراء
ويحكي عن عالم الريف والفلاحين وذكريات الطفولة والصبا والأساطير
قسوة الحياة والعمل, ومشاهد من الصراع الداخلي ومقاومة الفاشية
السرد جميل وسلس في فصول قصيرة 192

Cesare Pavese » 0 Read & Download


Comincio questa recensione col cuore in mano. Ho la sensazione che qualsiasi parola sia di troppo, che non serva e che questo libro bisogni pigliarselo in grembo e leggerlo e basta, senza parlarci sopra.

C’è un uomo senza casa e senza famiglia che se ne va da quella che è stata la terra dalla sua giovinezza. Se ne va perché pensa che il mondo oltre le colline sia migliore, che anche per lui senza casa e senza famiglia sia possibile diventare come tutti gli altri e mettere radici da qualche parte. Arriva fino in America, fa fortuna, torna indietro. Arriva fino al Pacifico, un altro mare davanti, e dietro sempre e solo colline e montagne, proprio come la sua terra. Il tutto si potrebbe riassumere nello spiccio proverbio, tutto il mondo è paese (tutto il mondo è Pavese!). È vero, tutto il mondo è paese, perché il mondo non è che un insieme di paesi e il paese lo si porta nel cuore o in nessun posto.

E questo uomo porta il suo paese nel cuore. Quando torna alle colline, a rivedere le cascine, le piazze, le macchie di noccioli, quest’uomo ha come un velo davanti agli occhi. Il paesaggio continua a osservarlo con gli occhi del bambino e del ragazzo che era, con nostalgia, forse con rimpianto, forse con l’angoscia di essere partito, partito per fare cosa? Non lo sapeva che la sua terra era qui?

I personaggi di questo racconto sembrano eterni e mitici. Il Nuto, l’amico d’infanzia, ha la stessa voce di una Circe o di un Edipo: le sue considerazioni sul destino sono le stesse dei personaggi dei Dialoghi con Leucò, sono le ossessioni che Pavese porta con sé. Irene e Silvia, le signorine, sembrano figure ritagliate dalla carta velina, tanto il ricordo del protagonista le rende splendide e enormi e distanti: i loro capricci e le loro sorti si seguono col fiato sospeso. In Cinto, il bambino storpio, il protagonista rivede se stesso o forse vuole rivedere se stesso, così gli parla delle campagne come le conosceva un tempo e gli parla del mondo e lo invita a partire proprio come ha fatto lui.

Io credo in verità che Pavese, per come scrive, avrebbe potuto anche scrivere liste della spesa e comunque avrebbero avuto un suono, un ritmo, un respiro, una musica, un tessuto. La sua commistione di colto e popolare si realizza in una fusione armonica, senza la minima sbavatura, e l’orecchio la beve che è un piacere. Più che la storia, ciò che tiene il lettore incollato alle pagine è proprio la scrittura, un flusso ininterrotto come l’onda del mare, si scivola giù dalla china e si comincia a risalire.

Di questo romanzo posso dire in tutta franchezza che mi ha fatto venir voglia di andare nelle Langhe e ruzzolare giù dal pendio di una collina, magari con Anguilla o con Irene o con Silvia e sbirciare gli orli delle loro sottovesti. O magari con Pavese e affondare nell’erba. C’è freschezza e c’è lirismo, c’è un mondo.

Mi chiedo perché a Pavese sia riservato tanto poco posto nelle antologie. Ci sorbiamo cento cervellotiche pagine di Pirandello e non una de La luna e i falò. Non so nelle vostre antologie, ma la mia era così.

A legger questo libro viene voglia di smettere di scrivere, se uno ha mai pensato di accingersi all’impresa. Si pensa, ma chi ce lo fa fare? Si pensa, non voglio mica offenderlo. Si pensa, se fossi stata con lui quella sera in quella stanza me lo sarei stretto contro e gli avrei detto, scrivi! Ma lui aveva già detto, non scriverò più. La luna e i falò è il suo ultimo romanzo. Cesare ne parla così:

“La luna e i falò è il libro che mi portavo dentro da più tempo e che ho più goduto a scrivere. Tanto che credo che per un pezzo – forse sempre – non farò più altro. Non conviene tentare troppo gli dei”.

Ha detto tutto lui.
192 Pavese's final novel, which was published in 1950 (the same year he took his own life), is a moving and atmospheric meditation on loss and ageing, and how the simplicity and innocence of childhood years lived is eventually crushed by the passage of time. Told in a spare prose, and filled moments of such stark beauty, Pavese again utilises his own knowledge and experiences of the northern Italian countryside to write a haunting tale in which the narrator, after years spent in America, returns to his boyhood village where he lived a grinding life as a farm hand after being raised by peasants. Meeting with an old friend, Nuto, he delves back through memories of the Piedmont country life where things where generally harsh for him and those around him in the extreme.

In an unflinching manner Anguilla (the narrator) examines the lives of the folk who remained in his village, whose lives were irrevocably changed by fascism, poverty, and madness. In places it does get pretty bleak, with one moment in particular that felt like a horrible nightmare, but there is also some poignant and heartfelt moments when dealing with the past and the present relationship between Anguilla and Nuto. Pavese makes his characters feel like they are totally embedded in the stony rural landscapes, of which he describes with such vivid details, with the Belbo valley vineyards, farms, and hills, creating within a realism like that of Steinbeck's salinas countryside.

Although on the short side, and simple in nature, Pavese still manages to weave extraordinary depth to the narrative, which is rich in representing social ambiences, and the chronicles of fraternity. He never heads in the direction of sentimentality, rather choosing to stay somewhat cold and unemotional, but this worked well for the type of story he is telling, as in the end there is a lack of hope, and an emptiness carried in the hearts of most of those who crossed paths with each other.
Towards the end he touches on the war involving the Partisans hiding out in the hillsides, as Italy was still coming to terms with the back end of the war, and how life and death combined.

This was no doubt a tough read, but I like the fact Pavese teases certain situations into the foreground, and fuses together a picturesque delicate beauty, with the ferocity and horrors of man at his worst. Ultimately the The Moon and the Bonfire is an elegiac novel of nostalgia, of identity, of cruel realities, the importance of one's homeland, and the evocation of youth. 4.5/5 192 The Moon and the Bonfires is a nostalgic story…
Homesickness… Homecoming… Everyone has a wish to revisit a place in which one’s childhood was spent…

I had a reason for coming back to this town, here instead of to Canelli, Barbaresco or Alba. I’m almost sure I wasn’t born here. I don’t know where I was born…
If I grew up in this town, I owe it to Virgilia and Padrino, both of them gone now, even if they took me in and raised me only because the foundling hospital at Alessandria paid them for it by the month.

The protagonist is an orphan raised by his foster parents… He left home when he was thirteen… Now, after so many years of absence, he is back… Everything is quite recognizable and very different at the same time…
I couldn’t believe I’d run around and played so much between here and the road, had gone down the bank looking for nuts and fallen apples, had spent whole afternoons on the grass with the goat and the girls, had waited on winter days for a little good weather so I could go back there – I couldn’t believe it, even if this had been an entire country, the world itself.

He walks around… He meets people… He recollects the past… He is told what had happened while he was away… He learns about the tragedies of the past… He witnesses the tragedies of the present… He compares…
It must be that way. Boys, women, the world are certainly no different. They don’t carry parasols any longer, Sundays they go to the movies instead of to the fair, they send their grain to the grain pool, the girls smoke – yet life is the same, and they don’t know that one day they will look around and for them, too, everything will have passed.

The moon remains the same all over the world but the home fire in every place burns differently. 192

This is Constance Dowling, the American actress who broke Cesare Pavese's heart and to whom this novel is dedicated. He committed suicide a year later after she had rejected him.

Pavese wrote this in less than two months. And you can tell with what exalted gusts of inspiration he was swept along. He said he had never enjoyed writing a book more. It's about an orphan farmhand who leaves Italy for America and then returns to his village after the war has finished. Gradually he learns the fate of the people he had known as a young boy. A truly beautiful and moving evocation of homecoming, of the heartbreak of change and of the eternity of landscape and ephemerality of individual lives.
192 QUETA SOVRA I TETTI E IN MEZZO AGLI ORTI POSA LA LUNA


”Le amiche” di Michelangelo Antonioni (1955) liberamente ispirato al romanzo di Cesare Pavese “Tra donne sole”.

Fa un sole su questi bricchi, un riverbero di grillaia e di tufi che mi ero dimenticato. Qui il caldo più che scendere dal cielo esce da sotto – dalla terra, dal fondo tra le viti che sembra si sia mangiato ogni verde per andare tutto in tralcio.

Anguilla è un bastardo: i suoi l’hanno abbandonato neonato sugli scalini del duomo di Alba, e l’ospedale regala cinque lire al mese (uno scudo d’argento!) a chi si piglia i bastardini.
Quindi, non sa se viene dalla collina o dalla valle, dai boschi o da una casa di balconi, non sa di che carne è fatto.

Anguilla viene preso da Padrino e Virgilia (preso, ché adottato è un parolone) per le cinque lire al mese, e per due braccia in più che nei campi tornano sempre utili. Hanno già due figlie femmine, serve un maschio.
Anche se due braccia in più vogliono dire pure una bocca in più da sfamare: ma si chiama Anguilla, mica mangia molto.
Solo i miserabili allevano i bastardi dell’ospedale.


Urbano Barberini in “Il diavolo sulle colline” filmTV di Vittorio Cottafavi (1985) dall’omonimo romanzo di Pavese.

Anguilla non dimentica mai d’essere un bastardo: anche perché se volesse dimenticare, ci pensano altri a ricordarglielo.
Ha lasciato la sua terra di Piemonte ed è andato in America a far fortuna, e a risparmiarsi qualche anno di fascismo e poi anche la guerra.
Torna al paese quasi vent’anni dopo, e adesso ha i soldi, ce l’ha fatta, ha fatto fortuna, è un signore, può comprare una proprietà, dorme nell’albergo non più sul sacco pieno di foglie.

Ritrova Nuto, amico di sempre, ma soprattutto suo eterno Virgilio: perché Nuto sa sempre qualcosa in più, Nuto (forse) sa tutto.
Da musicista clarinettista ha girato piazze paesi e contrade, ha incontrato e conosciuto e capito: adesso ha ripreso il mestiere del padre, il falegname, ma continua ad avere la sensibilità per essere guida (quindi, un Virgilio).
Nuto è uno che c’insegnava a tutti quanti e sapeva sempre dir la sua.
Per esempio, tra le cose che Nuto dice c’è anche questa:
Sono libri. Leggici dentro finché puoi. Sarai sempre un tapino se non leggi nei libri.
O quest’altra:
nessuno nasce pelandrone né cattivo né delinquente. La gente nasce tutta uguale. E sono solamente gli altri che trattandoti male ti guastano il sangue, sono gli ignoranti che gridandoti dietro ti fanno arrabbiare.



Sono trentadue capitoletti (uno in meno delle cantiche dantesche), scritti quasi come se fossero racconti, senza seguire un percorso cronologico, con salti avanti e indietro neppure tanto giustificati, si potrebbero leggere come se fossero trentadue raccontini a se stanti, con inizio e fine, la lunghezza media è di circa quattro pagine l’uno.

Tutti scritti in prima persona singolare, è Anguilla che parla e racconta, suo è il punto di vista.
E Anguilla è qualcuno che ogni giorno impara qualcosa.
È qualcuno che vuole andare più lontano di Genova, la grande città più vicina alla sua terra.
Anche Nuto è stato a Genova, e Anguilla vuole andare più lontano: tra la vita e la morte, avrebbe scelto l’America.
Forse perché in America sono tutti bastardi, sono armeni, messicani, italiani… gente senza terra.



Non è una madeleine questo romanzo di Pavese, il suo ultimo, pubblicato pochi mesi prima che si togliesse la vita (il mio primo Pavese, letto pochi mesi dopo aver dormito nell’albergo dove lui si suicidò): non è certo un tempo favoloso quello che riemerge dell'infanzia e della giovinezza.
Bisogna sapere che noi non vediamo mai le cose una prima volta, ma sempre la seconda. Allora le scopriamo e insieme le ricordiamo.
Così diceva Pavese da qualche altra parte (“Feria d’agosto”).
Quindi, nessuna ricerca di cose perdute, nessun idillio verso quello che è stato, men che meno rimpianto.

Quello che scopriamo è un paese pressoché primitivo, anche se si tratta del Langheshire, un passato rude, fatto di fatica e fame, di ricchi e poveri, di gente che lavora e altra che guadagna: ma anche di sangue, di crudeltà, di morte.
Un passato che comunque la si rigiri ha il sapore del mito.



Un passato che restituisce cadaveri: ogni tanto dal bosco, dall’acqua dei fiumi, dalla terra, emergono corpi morti. La seconda guerra mondiale è finita da qualche anno: in questa parte d’Italia l’ultimo periodo (Repubblica di Salò) fu particolarmente violento e cruento. E anche dopo, finita la guerra, s’è continuato a uccidere. Neri, rossi… s’è cercato di aggiustare i torti.

Il finale m’è giunto a sorpresa, bello. Come è bello tutto questo breve romanzo, un primo incontro felice con la scrittura di Pavese.
Scrittura dal sapore classico (quindi, toscano? volgare?), senza ostentare dialetto o ‘parlato’. Non a caso ho usato un verso di Leopardi per questo mio commento, io sento assonanze tra Cesare e Giacomo.



Scrittura che non ostenta colori o eccesso, che s’interseca a meraviglia con la struttura a corti capitoli, scegliendo tono e ritmo sobrio, scarno, secco.
Breve, lapidario, quasi ascetico.
Rapido, netto, privo di fronzoli, ma sempre attento.



Per chi sosteneva che scrivere è pentimento, non soddisfazione; attività antinaturale, non sfogo gioioso, realizzare questa piccola gemma in meno di due mesi, dal 18 settembre al 9 novembre 1949, sembra quasi una contraddizione.
Così scriveva il 30 maggio 1950 in una lettera a un amico:
”La luna” è il libro che mi portavo dentro da più tempo e che ho più goduto a scrivere. Tanto che credo che per un pezzo – forse sempre – non farò più altro. non conviene tentare troppo gli dèi.
Meno di tre mesi dopo si tolse la vita.


L’hotel Roma di Torino, dove è morto Pavese il 27 agosto 1950. 192

The

Anguila, the narrator, is a successful businessman lured home from California to the Piedmontese village where he was fostered by peasants. After 20 years, so much has changed. Slowly, with the power of memory, he is able to piece together the past, and relate it to what he finds left in the present. He looks at the lives and sometimes violent fates of the villagers he has known since childhood, seeing the poverty, ignorance, or indifference that binds them to the hills and valleys against the beauty of the landscape and the rhythm of the seasons. With stark realism and muted compassion, Pavese weaves separate strands of narrative together, bringing them to a stark and poignant climax. The Moon and the Bonfire